Saggio · memoria musicale · Pescia

Da Gialdino Gialdini alla Banda di Pescia

Memoria musicale, ricostituzione civile e formazione di un musicante bambino.

di Sergio Maltagliati · versione online 2026

English text follows below.
Dopo il testo italiano segue la versione inglese completa del saggio. Vai direttamente alla sezione in inglese.

Introduzione
Una storia che comincia da bambino

Questa ricerca nasce da una memoria personale.

Prima ancora degli archivi, delle pubblicazioni, dei documenti storici e delle fonti bibliografiche, la Banda “Gialdino Gialdini” di Pescia è stata per me un luogo vissuto. Nel 1968, all’età di otto anni, iniziai il solfeggio. Due anni dopo, a dieci anni, entrai nella Banda. Fu uno dei primi momenti in cui la musica cessò di essere soltanto studio individuale e divenne esperienza collettiva: ascolto degli altri, disciplina, rispetto del tempo comune, attesa, prova, errore, ripetizione, appartenenza.

In una rara fotografia d’epoca mi riconosco bambino tra i musicanti adulti. Una freccia indica la mia presenza nel gruppo: piccolo, quasi assorbito dalla massa degli strumenti, dei leggii, delle giacche scure, dei volti concentrati. Quell’immagine non è soltanto un ricordo personale. È il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa entrare da bambini in una Banda cittadina? Che cosa si riceve, senza saperlo, da una tradizione musicale costruita da generazioni precedenti? E che cosa resta, molti anni dopo, di quella prima educazione sonora?

Sergio Maltagliati bambino nella Banda Gialdino Gialdini di Pescia nel 1974
Sergio Maltagliati nella Banda “Gialdino Gialdini” di Pescia, 1974. Dopo l’inizio del solfeggio nel 1968 e l’ingresso nella Banda a dieci anni, la fotografia documenta la presenza dell’autore bambino all’interno del complesso bandistico pesciatino. Immagine restaurata digitalmente da fotografia privata.

La Banda non era soltanto un complesso musicale. Era una scuola di vita. Insegnava a leggere le note, ma anche a stare dentro una comunità. Insegnava che il suono individuale ha senso solo quando trova il proprio posto in un insieme. Per un bambino, questo era forse il primo incontro con una forma concreta di responsabilità: non suonare troppo forte, non entrare prima, non perdere il tempo, seguire il maestro, ascoltare chi stava accanto.

Per questo motivo, scrivere oggi di Gialdino Gialdini e della Banda di Pescia significa per me tornare a una radice. La ricerca non nasce da una distanza neutra, ma da una vicinanza biografica. Io non guardo la Banda soltanto come documento storico: la riconosco come parte della mia formazione.

La pubblicazione di Annalisa Sandri, Ricostituzione della Banda “Gialdino Gialdini”. Ricordi di Albano Dini, costituisce una fonte fondamentale per questa ricostruzione. In essa sono raccolti i ricordi che il cavaliere Albano Dini raccontò all’autrice durante gli incontri pesciatini: ricordi legati alla sua “vita musicale”, alla Banda e all’allestimento del Museo della Società “Gialdini”. Attraverso aneddoti, fotografie e programmi di concerti, quel racconto ricostruisce circa cinquant’anni di attività della Banda pesciatina.

Albano Dini, con cui ebbi occasione di suonare, rappresenta in questa storia una figura centrale. Non fu soltanto un musicante, ma un testimone, un custode e un trasmettitore di memoria. La sua vicenda permette di collegare la storia della Banda alla vita concreta delle persone che l’hanno mantenuta viva. In lui la musica non appare come ornamento, ma come servizio alla città, passione quotidiana e responsabilità verso le generazioni successive.

Il presente saggio intende dunque intrecciare tre piani: la figura storica di Gialdino Gialdini, musicista pesciatino al quale la Banda è intitolata; la vicenda della Banda come istituzione musicale e civile; e una memoria personale, quella di chi in quella Banda ha iniziato a fare musica da bambino.

Documento video
Filmato su pellicola della Banda “Gialdino Gialdini”, 1974

Questo breve filmato su pellicola documenta la Banda “Gialdino Gialdini” di Pescia nel 1974 e si collega direttamente alla memoria autobiografica dell’autore bambino all’interno del complesso bandistico.

Breve filmato su pellicola della Banda “Gialdino Gialdini”, 1974. Documento video privato inserito in player HTML5. Per vederlo online, il file banda_gialdini_1974_pellicola.mp4 deve trovarsi nella stessa cartella del file index.html.

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1. Gialdino Gialdini e il nome della Banda

Il nome di Gialdino Gialdini non è, per Pescia, un semplice riferimento biografico. È un segno identitario. Intitolare una Banda cittadina a un musicista significa riconoscere in quella figura non solo un autore o un direttore, ma un punto di riferimento per la memoria musicale della comunità.

Nella pubblicazione di Annalisa Sandri, Gialdini viene ricordato come un importante concertatore, direttore d’orchestra e compositore. La nota biografica lo colloca al centro di una tradizione musicale pesciatina che non può essere separata dalla vita cittadina e dalla storia della Banda stessa.

Il legame tra Gialdini e la Banda è particolarmente significativo perché non riguarda soltanto l’omaggio postumo. Nel testo viene ricordato che Gialdini, fin dal 1871, si occupò della Banda della sua città come insegnante di musica, pianoforte e direttore. La Società Musicale e la Banda furono poi intitolate a lui per continuare a dare lustro a un concittadino importante.

Questo passaggio è essenziale: la Banda “Gialdino Gialdini” non porta un nome casuale, ma assume quel nome come eredità. Il nome diventa una forma di continuità tra il musicista ottocentesco, la tradizione bandistica di Pescia e le generazioni successive di allievi e musicanti.

Per chi, come me, vi è entrato da bambino, quel nome era inizialmente soltanto una scritta, una denominazione, forse qualcosa di dato per scontato. Solo più tardi, con la consapevolezza della storia, quel nome rivela il suo peso: dietro la Banda c’era una figura musicale reale, un compositore, un direttore, un uomo legato alla vita culturale della città.

2. Albano Dini: il musicante come custode della memoria

Se Gialdino Gialdini rappresenta il nome storico, Albano Dini rappresenta la memoria vissuta della Banda.

La pubblicazione di Annalisa Sandri nasce proprio dai suoi racconti. La premessa chiarisce che il testo raccoglie i ricordi che Dini narrò all’autrice durante vari incontri a Pescia, ricordi nati attorno alla Banda, al Museo e alla sua lunga vita musicale. La scelta di mantenere la narrazione in prima persona dà al testo un carattere diretto, quasi orale, come se la voce del musicante continuasse a parlare.

Il percorso di Albano Dini comincia molto presto. Nell’aprile del 1936 venne presentato alla Scuola di Musica della Banda Civica di Pescia; il 27 maggio dello stesso anno iniziò le lezioni di solfeggio. Nel dicembre gli fu consegnato un vecchio trombone appartenente alla Banda, con cui potersi esercitare. Nel giugno 1937, appena quindicenne, entrò ufficialmente nella Banda come terzo trombone.

Questa vicenda colpisce perché mostra un modello di formazione musicale profondamente radicato nella vita cittadina. Prima ancora di essere professione, la musica era apprendistato, fiducia, trasmissione. Un ragazzo riceveva uno strumento, entrava in una scuola, veniva affiancato da musicanti più esperti, imparava a far parte di un organismo collettivo.

In questo percorso riconosco qualcosa della mia esperienza. Anche io ho iniziato dal solfeggio, a otto anni, nel 1968. Anche io sono entrato in Banda da bambino, a dieci anni. Naturalmente il mio tempo era diverso da quello di Dini, ma la struttura profonda dell’esperienza era simile: un bambino o un ragazzo che entra in una sala prove e incontra adulti, strumenti, spartiti, gerarchie musicali, consuetudini, racconti, disciplina.

Albano Dini fu anche molto più di un musicante. Entrò nel Consiglio, divenne Provveditore e contribuì per anni al buon andamento della Banda. La pubblicazione ricorda inoltre il suo impegno nella creazione di una Mostra permanente di spartiti e strumenti musicali, poi divenuta Museo, con materiali di varie epoche e oltre cento strumenti.

In questo senso Dini non conservò soltanto oggetti: conservò un mondo. Ogni spartito, ogni strumento, ogni fotografia custodita nel Museo apparteneva a una storia più grande, fatta di prove, concerti, processioni, feste civili, trasferte, ma anche di persone comuni che avevano dedicato tempo e passione alla musica.

3. La ricostituzione della Banda dopo la guerra

La storia della Banda “Gialdino Gialdini” non può essere separata dalla storia civile di Pescia. La Banda non fu soltanto un organismo musicale: fu una presenza pubblica, una voce collettiva della città, capace di accompagnare feste, processioni, commemorazioni, momenti di lutto e occasioni solenni.

Nel 1941, a causa della guerra, l’attività della Banda venne interrotta. Secondo il racconto raccolto da Annalisa Sandri nei ricordi di Albano Dini, rimase soltanto una piccola fanfara composta da persone anziane e da qualche giovane, ancora attiva in processioni, funerali e cortei. La sede e la scuola, allora ubicate in Via Galeotti, dovettero essere sgomberate per fare posto a una fabbrica di cassette per munizioni. Spartiti, strumenti, archivio storico e materiali vari furono trasferiti in altri locali, tra cui il Teatro “Silvio Pellico” e un magazzino nei pressi dell’ospedale.

Questo passaggio è particolarmente significativo perché mostra come la guerra non colpì soltanto le persone e gli edifici, ma anche le istituzioni culturali minute, quelle che sostenevano la vita quotidiana di una comunità. Una Banda cittadina vive di strumenti, spartiti, locali, prove, allievi, consuetudini. Quando questi elementi vengono dispersi, non si interrompe soltanto un’attività musicale: si spezza una continuità sociale.

Dopo la liberazione, la Banda fu chiamata a partecipare ai festeggiamenti cittadini. Alcuni vecchi musicanti, con la collaborazione del capo banda Mario Maraviglia e del presidente avvocato Giuliano Bachechi, riuscirono a raccogliere in poco tempo un numero sufficiente di esecutori per la manifestazione del 10 giugno 1945. I musicanti percorsero le vie della città, accolti dalla folla, e la sezione socialista di Pescia inviò un contributo di lire 1000 per la ricostituzione della Banda.

Questo episodio permette di leggere la Banda come simbolo di rinascita. Dopo la guerra, il ritorno della musica nelle strade non fu soltanto un fatto artistico. Fu un gesto civile. La città riconosceva nella Banda una delle proprie forme di identità. Il suono degli strumenti, dopo il silenzio e la distruzione, diventava una dichiarazione di presenza: Pescia riprendeva voce.

La ricostituzione non fu però immediata. Albano Dini ricorda che mancavano un locale per le prove, un maestro stabile e parte dell’attrezzatura. Fu organizzato un comitato provvisorio e, dopo vari passaggi, nel 1948 il Comune affidò alla Società Corale Pacini il compito di riorganizzare il Corpo Musicale. Nei verbali del 1948 compaiono elementi concreti e preziosi: l’inizio della scuola allievi, la ricerca di un locale per le prove, il recupero del materiale bandistico e l’assunzione di un maestro.

Proprio qui emerge un aspetto fondamentale della Banda: la ricostituzione non riguardava solo gli adulti già musicanti, ma anche la scuola degli allievi. Ricostruire la Banda significava preparare il futuro. Senza una scuola, la Banda sarebbe stata soltanto memoria; con una scuola, tornava a essere trasmissione.

Il racconto del recupero dei materiali è tra i passaggi più drammatici. Nei locali del Teatro “Silvio Pellico”, durante la guerra, erano state sistemate persone sfollate da Livorno. Per necessità, venne bruciato tutto ciò che poteva servire per scaldarsi o cucinare, compresi contenitori di spartiti e perfino il pianoforte a coda donato dal maestro Gialdini, di cui rimasero soltanto la tastiera e un groviglio di corde. Molti spartiti furono danneggiati anche dal trabocco di un pozzo nero, lasciando tracce ancora visibili nei documenti salvati dell’Archivio della Banda.

Questa immagine del pianoforte distrutto è fortissima. Il pianoforte donato da Gialdini non è soltanto un oggetto perduto: diventa il simbolo materiale di una memoria ferita. Ma proprio da quei resti, da ciò che era stato salvato, la Banda ricominciò a provare, a riorganizzarsi, a preparare nuovi concerti.

Il 26 luglio 1948, partecipando alla grande processione cittadina, la Banda diede pubblicamente prova della propria ricostituzione. Da quel momento ripresero le prove e i concerti nelle frazioni. La musica tornava a occupare gli spazi della città e del territorio, ristabilendo quel legame tra Banda e comunità che la guerra aveva interrotto.

Vista oggi, questa ricostituzione assume un valore che va oltre la cronaca locale. Essa mostra come una comunità possa ricostruire se stessa anche attraverso pratiche apparentemente semplici: una prova serale, un leggio riparato, uno spartito recuperato, un allievo che inizia il solfeggio, una processione accompagnata dalla musica. La Banda diventa così una forma di resistenza culturale, una continuità fragile ma tenace.

4. Il 1950: l’intitolazione a Gialdino Gialdini e il concerto al Teatro Pacini

Il 1950 rappresenta un anno decisivo nella storia della Banda pesciatina. Dopo la ricostituzione del dopoguerra, dopo le prime prove, i primi concerti e la ripresa della scuola allievi, la Banda raggiunge un nuovo momento di definizione identitaria: l’intitolazione ufficiale a Gialdino Gialdini.

In quell’anno arriva alla direzione il maestro Giuseppe Da Prato, figura fondamentale per la crescita artistica del complesso. Il testo di Annalisa Sandri, attraverso i ricordi di Albano Dini, sottolinea come Da Prato trovò una Banda composta da circa sessanta elementi e con una scuola di musica già attiva. Il suo compito non fu soltanto dirigere, ma consolidare un organismo musicale in piena rinascita: continuare la formazione degli allievi, preparare nuovi programmi e portare la Banda a un livello tale da poter competere con le migliori bande della Toscana.

Sotto la direzione di Da Prato, la Banda affrontò repertori impegnativi, comprendenti autori molto amati dal pubblico pesciatino: Puccini, Mascagni, Gialdini, Catalani, Verdi e altri compositori italiani e stranieri. Questo dato è importante perché mostra che la Banda non svolgeva soltanto funzioni cerimoniali o paesane, ma si confrontava anche con repertori complessi, trascrizioni, fantasie operistiche e pagine sinfoniche.

Il 22 giugno 1950 venne eletto il nuovo Consiglio Direttivo e, in quella occasione, la Banda fu intitolata al maestro Gialdino Gialdini. La scelta aveva un valore profondo: la Società Musicale e la Banda assumevano il nome di un concittadino illustre, legato alla musica di Pescia fin dal 1871 come insegnante, pianista e direttore.

Programma del concerto vocale strumentale al Teatro Pacini del 25 novembre 1950
Programma del concerto vocale-strumentale, Teatro Pacini, 25 novembre 1950. Documento legato alla rinascita della Banda “Gialdino Gialdini” nel secondo dopoguerra. Immagine restaurata digitalmente per leggibilità.

Questa intitolazione non va letta come un gesto soltanto celebrativo. Dopo la guerra, la Banda aveva bisogno di ricostruire non solo il proprio organico e i propri materiali, ma anche la propria identità. Intitolarsi a Gialdini significava collegare la rinascita del presente a una memoria storica più antica. Il nome di Gialdini diventava così un ponte: tra Ottocento e Novecento, tra tradizione cittadina e nuova vita musicale, tra il musicista illustre e i giovani allievi destinati a entrare nella Banda.

Un altro elemento simbolico rafforza questo legame: il maestro Da Prato rinvenne nell’archivio della Società Musicale un inno composto da Gialdini in onore di Giovanni Pacini, scritto per l’inaugurazione del teatro intitolato al compositore. Da Prato lo trascrisse per banda e la nuova strumentazione fu eseguita per la prima volta al Teatro Pacini il 25 novembre 1950.

Questo episodio ha un grande valore storico e poetico. L’archivio non rimane deposito morto, ma torna a suonare. Un brano di Gialdini, recuperato e adattato da Da Prato, viene restituito alla città proprio nel Teatro Pacini. È come se tre memorie si incontrassero: Gialdino Gialdini, Giovanni Pacini e la Banda rinata dopo la guerra.

Il concerto del 25 novembre 1950 al Teatro Pacini fu organizzato per Santa Cecilia, patrona della musica. Si trattò di un concerto vocale-strumentale con la Banda, la soprano Vanna Bartolini, il baritono Baldo Baldi e circa sessanta musicanti del comprensorio di Pescia. Secondo il racconto di Albano Dini, il teatro era gremito e il pubblico arrivava fino a poca distanza dal palcoscenico.

Quel concerto segnò una consacrazione pubblica. La Banda non era più soltanto il corpo musicale ricostituito dopo la liberazione: era ormai un complesso capace di presentarsi in teatro, con cantanti solisti, un programma articolato e un pubblico numeroso. Il Teatro Pacini diventò lo spazio in cui la Banda mostrava alla città la propria ritrovata forza.

Il programma comprendeva pagine di Schubert, Verdi, Puccini, Bizet, Gounod, Giordano, Chopin, Musorgskij e Puccini. La presenza di un repertorio così ampio conferma l’ambizione musicale del complesso: la Banda non si limitava a marce e servizi esterni, ma proponeva adattamenti e trascrizioni di musica operistica e sinfonica, cercando un dialogo tra cultura popolare e repertorio colto.

Per la storia della Banda, il 1950 può dunque essere letto come un anno di piena rinascita. Da un lato l’intitolazione a Gialdino Gialdini sancisce il legame con la memoria musicale pesciatina; dall’altro il concerto al Teatro Pacini dimostra pubblicamente la qualità raggiunta dal complesso sotto la direzione di Da Prato.

5. Dal solfeggio alla Banda: il mio ingresso nella tradizione

Entrare in una Banda a dieci anni non significa soltanto iniziare a suonare con altri musicisti. Significa entrare in una storia già esistente, in una comunità che precede il bambino e che, quasi senza che egli se ne accorga, comincia a formarlo.

Nel mio caso, questa storia comincia nel 1968, quando, all’età di otto anni, iniziai il solfeggio. Due anni più tardi, a dieci anni, entrai nella Banda “Gialdino Gialdini” di Pescia. A quell’età non potevo ancora comprendere il significato storico di quel nome, né la lunga vicenda che stava dietro alla Società Musicale. Per me la Banda era prima di tutto un luogo concreto: la sala prove, il leggio, lo strumento, il maestro, gli adulti che suonavano accanto a me, il suono collettivo che nasceva da tanti fiati diversi.

Sergio Maltagliati con il clarinetto nel 1972
Sergio Maltagliati con il clarinetto, 1972. Fotografia privata precedente alla documentazione nella Banda “Gialdino Gialdini”. L’immagine testimonia il rapporto precoce con lo strumento musicale, in un contesto familiare e quotidiano. Immagine restaurata digitalmente.

La pubblicazione di Annalisa Sandri sui ricordi di Albano Dini permette oggi di capire meglio che cosa rappresentasse quella tradizione. Anche Dini aveva iniziato giovanissimo: nel 1936 fu ammesso alla scuola della Banda Civica di Pescia, cominciò il solfeggio il 27 maggio e ricevette poi un vecchio trombone della Banda per esercitarsi. Nel giugno 1937, appena quindicenne, entrò ufficialmente nel complesso come terzo trombone.

Questo parallelismo è per me molto significativo. Naturalmente il mio percorso appartiene a un’altra generazione, ma il gesto iniziale è simile: un ragazzo entra nella musica attraverso la Banda. Prima viene il solfeggio, poi lo strumento, poi l’ingresso nel gruppo. È una forma di educazione progressiva, quasi rituale, in cui la musica non è mai separata dalla vita comunitaria.

La Banda, infatti, non insegnava soltanto le note. Insegnava il tempo comune. Insegnava ad ascoltare chi stava accanto, a non prevalere, a rispettare gli attacchi, a seguire una direzione, a capire che il proprio suono aveva senso solo dentro un insieme. Per un bambino era una lezione profonda, forse più profonda di quanto potesse sembrare allora.

La fotografia del 1972, in cui appaio con il clarinetto in un ambiente familiare e rurale, documenta un momento precedente alla piena esperienza pubblica nella Banda. Lo strumento è già parte della mia immagine, quasi un segno di appartenenza futura. Non sono ancora immerso nel gruppo, ma il clarinetto è già presente come promessa, come oggetto di studio, come compagno di formazione.

Diversa è la fotografia del 1974, in cui suono nella Banda. Lì non sono più solo con lo strumento: sono dentro l’organico. La mia presenza di bambino tra i musicanti adulti rende visibile il passaggio dalla pratica individuale alla vita collettiva. Quella immagine non è soltanto un ricordo privato; è una testimonianza della funzione educativa della Banda “Gialdino Gialdini”.

La storia narrata da Albano Dini conferma quanto la scuola degli allievi fosse considerata essenziale. Durante la ricostituzione del Corpo Musicale, nel 1948, tra i primi punti discussi vi era proprio l’inizio della scuola allievi e la ricerca di un insegnante stabile. La Banda non poteva rinascere solo recuperando strumenti e spartiti: doveva formare nuovi musicanti.

Anche con l’arrivo del maestro Giuseppe Da Prato, nel 1950, la formazione degli allievi rimase centrale. Da Prato trovò una Banda di circa sessanta elementi e una scuola di musica già attiva; il suo lavoro fu anche quello di continuare l’istruzione degli allievi destinati a rinforzare le file del complesso quando i musicanti più anziani avrebbero lasciato il posto ai giovani.

In questa prospettiva, il mio ingresso nella Banda non fu un episodio isolato, ma parte di un meccanismo di trasmissione. Ogni bambino che entrava rappresentava una continuità. Ogni nuovo allievo era il segno che la Banda non apparteneva soltanto al passato, ma continuava a generare futuro.

Albano Dini, con cui ebbi occasione di suonare, incarnava proprio questa continuità. Per me non era soltanto una figura citata in un libro o in un archivio: era una presenza reale, appartenente alla vita della Banda. Suonare accanto a persone come lui significava trovarsi vicino a una memoria vivente. Non era necessario che quella memoria venisse spiegata con grandi discorsi; passava attraverso i gesti, la presenza, il modo di stare in prova, il rapporto con gli strumenti, la serietà con cui veniva vissuta la musica.

Solo molti anni dopo ho compreso pienamente il valore di quella esperienza. Da bambino si impara senza sapere ancora che cosa si sta ricevendo. Si pensa di imparare uno strumento, ma in realtà si riceve anche una storia. Si entra in una sala prove, ma si entra anche in una tradizione cittadina. Si legge uno spartito, ma si partecipa a una memoria collettiva.

La Banda “Gialdino Gialdini” fu per me una prima scuola di musica, ma anche una prima scuola di appartenenza. Mi insegnò che il suono non nasce mai da solo. Nasce da una relazione: con il maestro, con gli altri musicanti, con la città, con chi ha suonato prima di noi e con chi suonerà dopo.

6. Conclusione
La Banda come archivio vivente

La storia della Banda “Gialdino Gialdini” non è soltanto una vicenda musicale locale. È una storia di trasmissione. Attraverso strumenti, spartiti, prove, concerti, fotografie e ricordi personali, la Banda ha mantenuto viva una memoria che appartiene alla città di Pescia e alle generazioni che vi si sono formate.

Gialdino Gialdini rappresenta l’origine simbolica di questa memoria: il musicista pesciatino il cui nome continua a identificare una tradizione. Albano Dini ne rappresenta la custodia: il musicante, il testimone, l’uomo che ha vissuto la Banda come impegno, passione e servizio culturale. La mia esperienza personale, iniziata con il solfeggio nel 1968 e proseguita con l’ingresso nella Banda a dieci anni, appartiene a questa stessa linea.

Rileggere oggi quella storia significa comprendere che una Banda non è soltanto un insieme di strumenti a fiato. È una scuola, una comunità, un archivio vivente. Ogni giovane che vi entra riceve qualcosa che va oltre la tecnica musicale: riceve un senso di appartenenza, una disciplina collettiva, una memoria condivisa.

Le fotografie del 1972 e del 1974 documentano il mio ingresso in quel mondo. Nella prima immagine c’è il bambino con il clarinetto, ancora dentro un paesaggio familiare e privato. Nella seconda c’è il bambino seduto tra i musicanti, dentro il corpo sonoro della Banda. Tra queste due immagini si compie un passaggio fondamentale: dalla musica come desiderio individuale alla musica come esperienza comunitaria.

Questo saggio nasce dunque da una gratitudine. Gratitudine verso Gialdino Gialdini, verso Albano Dini, verso la Banda di Pescia e verso tutti coloro che, spesso lontani dai grandi circuiti ufficiali della cultura, hanno permesso alla musica di continuare a vivere nella quotidianità di una città.

La Banda “Gialdino Gialdini” è stata per me una prima scuola di musica e, insieme, una prima scuola di vita. Tornare oggi su quella esperienza significa riconoscere che ogni percorso artistico ha radici profonde, spesso nate in luoghi semplici: una sala prove, un leggio, uno strumento, un maestro, una fotografia, una voce che continua a suonare nella memoria.

Fonti principali e trasparenza

Nota sul metodo. Questo saggio è un testo originale di Sergio Maltagliati. La ricostruzione storica della Banda “Gialdino Gialdini” si basa principalmente sulla pubblicazione di Annalisa Sandri dedicata ai ricordi di Albano Dini; la parte autobiografica, le fotografie del 1972 e del 1974 e la riflessione sulla formazione musicale sono materiali e testimonianze personali dell’autore.

Le informazioni storiche sono rielaborate e sintetizzate: non viene riprodotto integralmente il testo delle fonti.

Licenza Creative Commons. Salvo diversa indicazione per materiali di terzi, il testo originale, le fotografie e il video personale di Sergio Maltagliati sono resi disponibili con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale (CC BY-NC 4.0): liberi per ricerche, citazioni, studio, didattica e scopi culturali/educativi, con attribuzione dell’autore e senza uso commerciale.

PDF bilingue IT/EN. È disponibile anche la versione PDF del saggio in italiano e inglese: scarica / apri il PDF bilingue.

Annalisa Sandri, Ricostituzione della Banda “Gialdino Gialdini”. Ricordi di Albano Dini, Nota, Udine, 2022. Fonte principale per la storia della ricostituzione della Banda, per i ricordi di Albano Dini e per il concerto del Teatro Pacini del 1950.

Albano Dini, testimonianze e ricordi sulla Banda “Gialdino Gialdini” di Pescia, raccolti da Annalisa Sandri.

Angiolo Cortesi, Gialdino Gialdini, un pesciatino dimenticato.

Gialdino Gialdini / Giulio Ricordi, Eco della Lombardia. 50 canti popolari lombardi, Ricordi, Milano, edizione digitalizzata da UR Research — Eastman School of Music, Sibley Music Library. Apri il PDF.

Materiali fotografici e video privati di Sergio Maltagliati, fotografie 1972 e 1974, filmato su pellicola della Banda “Gialdino Gialdini” del 1974.

English Version
From Gialdino Gialdini to the Band of Pescia

Musical memory, civic reconstruction, and the formation of a child musician.

by Sergio Maltagliati - online bilingual version, 2026

Introduction. A story that begins in childhood

This research begins from a personal memory.

Before archives, publications, historical documents, and bibliographical sources, the “Gialdino Gialdini” Band of Pescia was, for me, a lived place. In 1968, at the age of eight, I began studying solfeggio. Two years later, at the age of ten, I entered the Band. It was one of the first moments in which music ceased to be only individual study and became a collective experience: listening to others, discipline, respect for shared time, waiting, rehearsing, making mistakes, repeating, and belonging.

In a rare period photograph I recognize myself as a child among adult musicians. An arrow indicates my presence in the ensemble: small, almost absorbed by the mass of instruments, music stands, dark jackets, and concentrated faces. That image is not only a personal memory. It is the starting point for a broader reflection: what does it mean to enter a town band as a child? What does one receive, without yet knowing it, from a musical tradition built by previous generations? And what remains, many years later, of that first sonic education?

Sergio Maltagliati as a child in the Gialdino Gialdini Band of Pescia in 1974
Sergio Maltagliati in the “Gialdino Gialdini” Band of Pescia, 1974. After beginning solfeggio in 1968 and entering the Band at the age of ten, this photograph documents the author as a child within the band ensemble of Pescia. Digitally restored from a private photograph.

The Band was not merely a musical ensemble. It was a school of life. It taught how to read notes, but also how to belong to a community. It taught that an individual sound makes sense only when it finds its place within a larger whole. For a child, this was perhaps the first encounter with a concrete form of responsibility: not playing too loudly, not entering too early, not losing the tempo, following the conductor, and listening to those nearby.

For this reason, writing today about Gialdino Gialdini and the Band of Pescia means returning to a root. This research is not born from a neutral distance, but from biographical closeness. I do not look at the Band only as a historical document: I recognize it as part of my own formation.

Annalisa Sandri’s publication Ricostituzione della Banda “Gialdino Gialdini”. Ricordi di Albano Dini is a fundamental source for this reconstruction. It gathers the memories that Cavaliere Albano Dini told the author during their meetings in Pescia: memories connected to his “musical life,” to the Band, and to the creation of the Museum of the “Gialdini” Society. Through anecdotes, photographs, and concert programs, that account reconstructs about fifty years of activity of the Pescia Band.

Albano Dini, with whom I had the opportunity to play, represents a central figure in this story. He was not only a musician, but a witness, a guardian, and a transmitter of memory. His story connects the history of the Band with the concrete lives of the people who kept it alive. In him, music does not appear as ornament, but as service to the city, daily passion, and responsibility toward future generations.

This essay therefore aims to interweave three levels: the historical figure of Gialdino Gialdini, the Pescia musician after whom the Band is named; the history of the Band as a musical and civic institution; and a personal memory, that of someone who began making music as a child within that Band.

1. Gialdino Gialdini and the name of the Band

For Pescia, the name of Gialdino Gialdini is not simply a biographical reference. It is a sign of identity. Naming a town band after a musician means recognizing in that figure not only an author or conductor, but a point of reference for the musical memory of the community.

In Annalisa Sandri’s publication, Gialdini is remembered as an important concertatore, orchestral conductor, and composer. The biographical note places him at the center of a musical tradition in Pescia that cannot be separated from the civic life of the town and from the history of the Band itself.

The link between Gialdini and the Band is especially significant because it is not only a posthumous tribute. The text recalls that, from 1871 onward, Gialdini was involved with the Band of his city as a music teacher, pianist, and conductor. The Musical Society and the Band were later named after him in order to continue honoring an important fellow citizen.

This passage is essential: the “Gialdino Gialdini” Band does not bear a random name, but assumes that name as an inheritance. The name becomes a form of continuity between the nineteenth-century musician, the band tradition of Pescia, and the later generations of students and musicians.

For someone like me, who entered the Band as a child, that name was at first only an inscription, a denomination, perhaps something taken for granted. Only later, with historical awareness, did that name reveal its weight: behind the Band there was a real musical figure, a composer, a conductor, and a man linked to the cultural life of the city.

2. Albano Dini: the musician as guardian of memory

If Gialdino Gialdini represents the historical name, Albano Dini represents the lived memory of the Band.

Annalisa Sandri’s publication is born precisely from his recollections. The preface explains that the text gathers the memories that Dini narrated to the author during various meetings in Pescia, memories connected to the Band, the Museum, and his long musical life. The choice to preserve the first-person narration gives the text a direct, almost oral quality, as if the musician’s voice continued to speak.

Albano Dini’s path began very early. In April 1936 he was introduced to the Music School of the Civic Band of Pescia; on May 27 of the same year he began solfeggio lessons. In December he was given an old trombone belonging to the Band so that he could practice. In June 1937, at only fifteen years old, he officially entered the Band as third trombone.

This story is striking because it shows a model of musical formation deeply rooted in civic life. Before becoming a profession, music was apprenticeship, trust, and transmission. A young person received an instrument, entered a school, was supported by more experienced musicians, and learned how to become part of a collective organism.

In this path I recognize something of my own experience. I too began with solfeggio, at the age of eight, in 1968. I too entered the Band as a child, at the age of ten. Of course, my time was different from Dini’s, but the deep structure of the experience was similar: a child or young boy entering a rehearsal room and encountering adults, instruments, scores, musical hierarchies, habits, stories, and discipline.

Albano Dini was also much more than a musician. He entered the Council, became Provveditore, and for many years contributed to the good functioning of the Band. The publication also recalls his commitment to creating a permanent exhibition of musical scores and instruments, later transformed into a Museum, with materials from different periods and more than one hundred instruments.

In this sense, Dini did not preserve only objects: he preserved a world. Every score, every instrument, every photograph kept in the Museum belonged to a larger story made of rehearsals, concerts, processions, civic celebrations, journeys, and ordinary people who had devoted time and passion to music.

3. The reconstruction of the Band after the war

The history of the “Gialdino Gialdini” Band cannot be separated from the civic history of Pescia. The Band was not only a musical organism: it was a public presence, a collective voice of the city, capable of accompanying festivals, processions, commemorations, moments of mourning, and solemn occasions.

In 1941, because of the war, the activity of the Band was interrupted. According to the account collected by Annalisa Sandri from Albano Dini’s memories, only a small fanfare remained, made up of elderly people and a few young musicians, still active in processions, funerals, and parades. The headquarters and school, then located in Via Galeotti, had to be cleared out to make room for a factory producing ammunition boxes. Scores, instruments, the historical archive, and various materials were moved to other locations, including the “Silvio Pellico” Theatre and a warehouse near the hospital.

This passage is especially significant because it shows how war affected not only people and buildings, but also the small cultural institutions that sustained the daily life of a community. A town band lives through instruments, scores, spaces, rehearsals, students, and customs. When these elements are scattered, it is not only a musical activity that is interrupted: a social continuity is broken.

After the liberation, the Band was asked to take part in the city celebrations. Some of the older musicians, with the help of band leader Mario Maraviglia and president Giuliano Bachechi, managed to gather enough players in a short time for the event of June 10, 1945. The musicians marched through the streets of the city, welcomed by the crowd, and the Socialist section of Pescia sent a contribution of 1,000 lire for the reconstruction of the Band.

This episode allows us to read the Band as a symbol of rebirth. After the war, the return of music to the streets was not merely an artistic event. It was a civic gesture. The city recognized in the Band one of its own forms of identity. The sound of instruments, after silence and destruction, became a declaration of presence: Pescia was regaining its voice.

The reconstruction, however, was not immediate. Albano Dini recalls that there was no rehearsal room, no stable conductor, and part of the equipment was missing. A provisional committee was organized, and, after various steps, in 1948 the Municipality entrusted the Società Corale Pacini with the task of reorganizing the Corpo Musicale. In the 1948 minutes we find concrete and precious elements: the opening of the students’ school, the search for a rehearsal room, the recovery of band materials, and the appointment of a conductor.

Here a fundamental aspect of the Band emerges: reconstruction did not concern only the adult musicians who were already playing, but also the school for students. Rebuilding the Band meant preparing the future. Without a school, the Band would have been only memory; with a school, it became transmission again.

The account of the recovery of materials is one of the most dramatic passages. During the war, displaced people from Livorno had been housed in the “Silvio Pellico” Theatre. Out of necessity, everything that could be used to warm themselves or cook was burned, including containers of scores and even the grand piano donated by maestro Gialdini, of which only the keyboard and a tangle of strings remained. Many scores were also damaged by the overflow of a cesspit, leaving traces still visible in the documents saved in the Band Archive.

The image of the destroyed piano is powerful. The piano donated by Gialdini is not only a lost object: it becomes the material symbol of a wounded memory. Yet from those remains, from what had been saved, the Band began rehearsing again, reorganizing itself, and preparing new concerts.

On July 26, 1948, by taking part in the great civic procession, the Band publicly demonstrated its reconstruction. From that moment, rehearsals and concerts in the surrounding villages resumed. Music returned to occupy the spaces of the city and the territory, restoring the bond between Band and community that the war had interrupted.

4. 1950: the dedication to Gialdino Gialdini and the concert at Teatro Pacini

The year 1950 marks a decisive moment in the history of the Band of Pescia. After the post-war reconstruction, the first rehearsals, the first concerts, and the revival of the students’ school, the Band reached a new moment of identity: the official dedication to Gialdino Gialdini.

That year, maestro Giuseppe Da Prato arrived as conductor, a fundamental figure for the artistic growth of the ensemble. Sandri’s text, through Albano Dini’s recollections, emphasizes how Da Prato found a Band of about sixty members and an active music school. His task was not only to conduct, but to consolidate a musical organism in full rebirth: to continue the training of students, prepare new programs, and bring the Band to a level where it could compete with the best bands in Tuscany.

Under Da Prato’s direction, the Band performed demanding repertories, including composers much loved by the Pescia public: Puccini, Mascagni, Gialdini, Catalani, Verdi, and other Italian and foreign composers. This is important because it shows that the Band did not perform only ceremonial or local functions, but also engaged with complex repertories, transcriptions, opera fantasies, and symphonic pages.

On June 22, 1950, the new Board was elected and, on that occasion, the Band was named after maestro Gialdino Gialdini. The choice had deep meaning: the Musical Society and the Band took the name of an illustrious fellow citizen, linked to the music of Pescia since 1871 as teacher, pianist, and conductor.

Program for the vocal-instrumental concert at Teatro Pacini on 25 November 1950
Program of the vocal-instrumental concert, Teatro Pacini, November 25, 1950. A document connected to the rebirth of the “Gialdino Gialdini” Band after the Second World War. Digitally restored for readability.

This dedication should not be understood as a merely celebratory act. After the war, the Band needed to rebuild not only its members and materials, but also its identity. Taking Gialdini’s name meant connecting the rebirth of the present to an older historical memory. Gialdini’s name thus became a bridge: between the nineteenth and twentieth centuries, between civic tradition and new musical life, between the illustrious musician and the young students destined to enter the Band.

Another symbolic element strengthens this link: maestro Da Prato found in the archive of the Musical Society a hymn composed by Gialdini in honor of Giovanni Pacini, written for the inauguration of the theatre dedicated to the composer. Da Prato transcribed it for band, and the new instrumentation was first performed at Teatro Pacini on November 25, 1950.

This episode has great historical and poetic value. The archive does not remain a dead repository, but returns to sound. A piece by Gialdini, recovered and adapted by Da Prato, is returned to the city precisely in Teatro Pacini. It is as if three memories met: Gialdino Gialdini, Giovanni Pacini, and the Band reborn after the war.

The concert of November 25, 1950 at Teatro Pacini was organized for Saint Cecilia, patron saint of music. It was a vocal-instrumental concert with the Band, soprano Vanna Bartolini, baritone Baldo Baldi, and about sixty musicians from the Pescia area. According to Albano Dini’s account, the theatre was crowded and the public reached almost to the stage.

That concert marked a public consecration. The Band was no longer only the musical body reconstructed after the liberation: it had become an ensemble capable of appearing in a theatre, with solo singers, an articulated program, and a large audience. Teatro Pacini became the space in which the Band showed the city its regained strength.

5. From solfeggio to the Band: my entrance into the tradition

Entering a Band at the age of ten does not mean only beginning to play with other musicians. It means entering a pre-existing history, a community that precedes the child and that, almost without the child realizing it, begins to form him.

In my case, this story began in 1968, when, at the age of eight, I began solfeggio. Two years later, at ten, I entered the “Gialdino Gialdini” Band of Pescia. At that age I could not yet understand the historical significance of that name, nor the long story behind the Musical Society. For me the Band was first of all a concrete place: the rehearsal room, the music stand, the instrument, the conductor, the adults playing next to me, and the collective sound born from many different winds.

Sergio Maltagliati with clarinet in 1972
Sergio Maltagliati with clarinet, 1972. A private photograph preceding the documentation of the author within the “Gialdino Gialdini” Band. The image testifies to an early relationship with the musical instrument in a family and everyday context. Digitally restored.

The 1972 photograph, in which I appear with the clarinet in a family and rural setting, documents a moment prior to my full public experience in the Band. The instrument is already part of my image, almost a sign of future belonging. I am not yet immersed in the group, but the clarinet is already present as a promise, an object of study, and a companion in formation.

Different is the 1974 photograph in which I play in the Band. There I am no longer alone with the instrument: I am inside the ensemble. My presence as a child among adult musicians makes visible the passage from individual practice to collective life. That image is not only a private memory; it is a testimony to the educational function of the “Gialdino Gialdini” Band.

The story narrated by Albano Dini confirms how essential the students’ school was considered to be. During the reconstruction of the Corpo Musicale in 1948, one of the first points discussed was precisely the opening of the students’ school and the search for a stable teacher. The Band could not be reborn only by recovering instruments and scores: it had to train new musicians.

Even with the arrival of maestro Giuseppe Da Prato in 1950, the formation of students remained central. Da Prato found a Band of about sixty members and an active music school; part of his work was to continue the instruction of students who would later strengthen the ranks of the ensemble when older musicians left their places to the young.

From this perspective, my entrance into the Band was not an isolated episode, but part of a mechanism of transmission. Every child who entered represented continuity. Every new student was a sign that the Band did not belong only to the past, but continued to generate a future.

Albano Dini, with whom I had the opportunity to play, embodied precisely this continuity. For me he was not only a figure cited in a book or archive: he was a real presence belonging to the life of the Band. Playing beside people like him meant being close to a living memory. That memory did not need to be explained in long speeches; it passed through gestures, presence, the way of being in rehearsal, the relationship with instruments, and the seriousness with which music was lived.

Only many years later did I fully understand the value of that experience. As children, we learn without yet knowing what we are receiving. We think we are learning an instrument, but in reality we are also receiving a history. We enter a rehearsal room, but we also enter a civic tradition. We read a score, but we participate in a collective memory.

The “Gialdino Gialdini” Band was for me a first school of music and, at the same time, a first school of belonging. It taught me that sound is never born alone. It is born from a relationship: with the conductor, with the other musicians, with the city, with those who played before us and those who will play after us.

6. Conclusion. The Band as a living archive

The history of the “Gialdino Gialdini” Band is not only a local musical story. It is a story of transmission. Through instruments, scores, rehearsals, concerts, photographs, and personal memories, the Band has kept alive a memory that belongs to the city of Pescia and to the generations formed within it.

Gialdino Gialdini represents the symbolic origin of this memory: the Pescia musician whose name continues to identify a tradition. Albano Dini represents its guardianship: the musician, the witness, the man who lived the Band as commitment, passion, and cultural service. My personal experience, which began with solfeggio in 1968 and continued with my entrance into the Band at the age of ten, belongs to this same line.

To reread that history today means understanding that a Band is not only a collection of wind instruments. It is a school, a community, a living archive. Every young person who enters it receives something that goes beyond musical technique: a sense of belonging, a collective discipline, and a shared memory.

The photographs of 1972 and 1974 document my entrance into that world. In the first image there is the child with the clarinet, still within a family and private landscape. In the second there is the child seated among the musicians, inside the sounding body of the Band. Between these two images a fundamental passage takes place: from music as individual desire to music as communal experience.

This essay is therefore born from gratitude. Gratitude toward Gialdino Gialdini, toward Albano Dini, toward the Band of Pescia, and toward all those who, often far from the official circuits of culture, allowed music to continue living in the daily life of a city.

The “Gialdino Gialdini” Band was for me a first school of music and, together, a first school of life. Returning today to that experience means recognizing that every artistic path has deep roots, often born in simple places: a rehearsal room, a music stand, an instrument, a conductor, a photograph, a voice that continues to sound in memory.

Main sources and transparency

Methodological note. This essay is an original text by Sergio Maltagliati. The historical reconstruction of the “Gialdino Gialdini” Band is based primarily on Annalisa Sandri’s publication dedicated to the memories of Albano Dini; the autobiographical section, the 1972 and 1974 photographs, and the reflection on musical formation are personal materials and testimony by the author.

The historical information is reworked and summarized: the source texts are not reproduced in full.

Creative Commons license. Unless otherwise indicated for third-party materials, the original text, photographs, and personal video by Sergio Maltagliati are made available under the Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International License (CC BY-NC 4.0): free for research, quotation, study, teaching, and cultural/educational purposes, with attribution to the author and without commercial use.

Bilingual PDF IT/EN. A PDF version of the essay in Italian and English is also available: open / download the bilingual PDF.